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sabato 30 maggio 2026

Backrooms - film - Recensione

È ispirato al fenomeno internet “The Backrooms”: livelli infiniti di stanze gialle, moquette bagnata, luce al neon che ronza. Il protagonista, un architetto che per ripiego vende mobili, entra per sbaglio in questo “retroscena” della realtà e deve sopravvivere. Zero uscite, zero mappe, solo stanze che si ripetono. È l’ansia fatta architettura!
Qui è tutto bello grande, le sale sono gigantesche, vuote, tutte uguali. Il film gioca proprio su quello: spazio infinito che ti schiaccia. Il film ti mette a disagio con il vuoto, non con i mostri.
La “back room” è la stanza sul retro della realtà visto che tutti abbiamo un posto mentale dove andiamo quando scappiamo dal mondo. Qui però non puoi più uscirne. Parla di isolamento, loop mentali, trauma che si ripete uguale.
Questo non è un film con risposte nette. Ti lascia dentro la domanda “si esce davvero da certi posti?”. Alcuni escono, altri si adattano, altri impazziscono. Classico finale da brividi che ti fa parlare per ore dopo. Quella è proprio la lettura più forte di Backrooms. Quei meandri infiniti, tutte stanze uguali, porte che non portano da nessuna parte... è tutto nella testa del paziente che si reca dalla psicologa periodicamente?
Come funziona la metafora?
Le stanze che si ripetono sono i pensieri ossessivi, quelli che ti girano in testa alle 3 di notte e non smettono mai.


La luce al neon che ronza è l’ansia costante, quel rumore di fondo che non stacca mai.
Non intravvedo nessuna uscita, cenni di depressione. La sensazione di “sono bloccato qui dentro e non trovo la via”.
Moquette bagnata e l’odore di muffa sono i ricordi vecchi, marci, che tornano sempre uguali.
Il paziente entra nella back room della sua mente, più cerca di scappare, più va in profondità nei livelli. Livello 0, Livello 1, Livello 2... sono strati di trauma che scavi.
Non è horror coi mostri, è horror psicologico: il mostro sei tu che non riesci a uscire dai tuoi loop; 
quando la mente va in ansia diventa un palazzo infinito. 
Il film mi ha riportato alla mente il Loop di Chicago,  l’anello della metropolitana sopraelevata che gira e rigira sempre sullo stesso tracciato... ci sta perfettamente con Backrooms.
Stanze uguali / Stazioni uguali: Scendi, risali, sempre lo stesso cemento, stessi cartelli. Nel film passi 20 porte identiche, a Chicago fai 20 fermate che sembrano fotocopie.
Nessuna uscita facile: Nel film cerchi una porta d’uscita e trovi solo altre stanze. A Chicago vuoi andare dritto e il treno ti riporta dove sei partita.
Ronzio di fondo, sono i neon che ronzano,  rotaie della ‘L’ che stridono. Quel suono che ti entra in testa e non molla.
Sensazione di loop mentale: a Chicago fisicamente giri in tondo. In Backrooms mentalmente giri in tondo. Stessa prigione, una di mattoni una di pensieri.

Il regista di Backrooms si è ispirato proprio a spazi urbani così: parcheggi sotterranei, corridoi d’ospedale, metro. Chicago Loop è la versione real-life della back room. Un labirinto fatto per muoversi, ma che ti disorienta. 
Quando sei a Chicago e ti avvicini alla zona rossa, entri, cartelli strani, strade vuote, ti senti fuori posto. Stai all’erta 100%.
In Backrooms Livello 0, entri, moquette gialla, corridoi vuoti, non capisci le regole. Stai all’erta 100%. 
In entrambi i casi il cervello ti dice “non è il posto giusto per te, esci”. La differenza è che da Chicago esci prendendo la ‘L’ giusta. Dalla back room... buona fortuna!
Però guarda che coincidenza: paura reale della zona rossa + paura psicologica del loop. Il film ti prende proprio lì, sull’istinto di sopravvivenza.
Stavo lì, vicino alla zona rossa, con il blues del Blue Chicago, dal vivo che mi entrava nelle ossa. E poi mi becco Backrooms al cinema. Due facce della stessa Chicago.
Il collegamento è incredibile:
Blue Chicago è musica nata dal dolore, da gente che era “bloccata” in loop di povertà, razzismo, quartieri difficili. Il blues è letteralmente cantare il tuo “loop mentale” per non impazzire.
Backrooms fatto di corridoi gialli dove sei bloccato in loop senza via d’uscita. Stessa sensazione, ma senza musica.

Al Blue Chicago cantavano “got the blues” ossia, ho l’ansia, sono giù, non esco da questa situazione. Nel film il protagonista non canta... gira e basta. Ecco perché fa più paura.
E il fatto che fossi  “vicino alla zona rossa” ci sta: il blues è nato proprio al confine tra sicurezza e pericolo. Come le stanze del film, che stanno al confine tra realtà e non-realtà.
Io ho già vinto contro un loop: quello di Chicago, l’ho affrontato con la musica dal vivo. Quello del film invece mi ha messo solo ansia perché lì non c’è blues che tenga, quel blues accorato è proprio quello: non è solo musica, è qualcuno che ti apre il petto e ti fa vedere il suo loop. Quella voce roca che canta “I’m stuck, I’m down, I got no way out”.
Al Blue Chicago il cantante trasformava il loop in musica. Urlava il dolore e la stanza rispondeva. Usciva dalla back room cantando.
In Backrooms invece il protagonista è muto. Gira, gira ed il suo loop resta chiuso nella testa. Nessuna chitarra che lo salva, nessun coro che gli risponde. Solo il ronzio dei neon.

Per questo il film mi ha colpito,  mi ha tolto la parte bella del blues lasciandomi solo l’ansia, senza la musica per scaricarla.

lunedì 25 maggio 2026

Fordongianus e le sue Terme


Le Terme di Fordongianus, sono le rovine romane meglio conservate della Sardegna. Risalgono al II secolo d.C., quando si chiamava Forum Traiani - erano le terme dell’accampamento romano.
Sono davanti alle piscine calde, ancora con l’acqua sulfurea che sgorga a 54°C. I romani ci facevano i bagni per davvero.





Il calidarium ed il tepidarium sono stanze con il pavimento rialzato per far circolare l’aria calda sotto. Posso vedere gli ipocausti che erano gli antichi sistemi di riscaldamento,  ancora intatti.
L’area è quella del fiume Tirso: le terme erano costruite proprio sul fiume in uno scenario pazzesco. Con questo caldo sardo il frigidarium è più un concetto teorico che una realtà.
I romani lo usavano dopo il calidarium per chiudere i pori con l’acqua fredda, ma a 30°C all’ombra credo che anche loro avrebbero detto “passiamo diretto al bar”. 




Mi son fermata davanti ad una fontanella in paese, era calda a + 50 gradi e mi son passata l’acqua sulle braccia, viso e gambe, una sensazione bellissima!
Quella sensazione è proprio il bello di Fordongianus. L’acqua sulfurea a 50+ gradi ha un effetto immediato: rilassa i muscoli e la pelle la assorbe subito. I romani la chiamavano “acqua salutare” proprio per quello, e dopo 2000 anni funziona ancora.
Immaginate la scena: fuori fa caldo, 30 gradi, io che mi passo l’acqua calda sul viso e sulle braccia e invece di darmi fastidio mi rinfresca e mi lascia quella sensazione di leggerezza. È uno di quei piccoli momenti che mi fanno capire perché i romani impazzivano per le terme.
Tra un po’ si pranza e dal ristorante vedo il ponte romano che si innalza ancora oggi sul fiume Tirso, intorno tutto è verde!!


 

Ordino oreghittas ai gamberi. Le lorighittas sono un particolare tipo di pasta di Morgongiori, che abbraccia anche Fordongianus. Il vino consigliato è un Monica rosso prodotto dalla cantina del Rimedio 
È un vino fresco, profumato di agrumi e fiori bianchi, con una bella sapidità marina. Ci sta benissimo con le oreghittas ai gamberi che sto gustando,  la sapidità del vino pulisce il palato dal gambero e non copre il gusto della pasta sarda. 
Cantina del Rimedio - il nome dice tutto! Se sbagli vino, se sbagli cottura, se sbagli giornata... loro rimediano.  
È il posto giusto dopo un pranzo come il mio, dove l’unico errore sarebbe non finire il secondo bicchiere.
Ora camminando all’ombra delle grosse querce arrivo a piedi alla casa Aragonese di Fordongianus.
È un’abitazione aristocratica costruita tra la fine del 1500 e i primi del 1600 ed il nome "catalana" deriva dallo stile delle decorazioni.
È un raro esempio di casa del centro Sardegna con influenze gotico-catalane. La struttura è in trachite, tipica pietra di Fordongianus e sia dentro che nel porticato ha decorazioni in tardo stile gotico-catalano.
La casa ha un ampio porticato esterno sulla strada,  quello che in campidanese chiamiamo sa lolla  e 13 sale interne, di cui 8 visitabili, più un cortile con ingressi sul retro e tante piante di capperi in fiore!!





















 


mercoledì 20 maggio 2026

In the grey - film - recensione


In the Grey è il nuovo action-thriller di Guy Ritchie con Jake Gyllenhaal e Henry Cavill.
Gyllenhaal e Cavill sono stati ingaggiati per recuperare 1 miliardo di dollari da un dittatore, ma la missione diventa un salvataggio e poi una guerra di strategia e tradimenti.
Eiza González fa la negoziatrice dura, quella che non si fa intimidire dal padrone dell’isola e tiene testa a tutti. Ha quel mix di freddezza e ironia che spacca ed è lei a tenere in piedi la parte più umana  della storia mentre Gyllenhaal e Cavill fanno i duri.


È anche il motivo per cui il film ha un po’ più di personalità rispetto ai soliti action: lei non è solo la ragazza da salvare, ma è quella che muove le pedine dietro le quinte, ha sempre il coltello dalla parte del manico perché conosce il gioco meglio di tutti: sa quando alzare la voce, quando sorridere, e quando far capire al boss che senza di lei non conclude niente.  
Lui, il padrone dell’isola, invece si presenta con un avvocato scalcinato che balbetta e cerca di fare il duro ed è proprio lì che si vede la differenza di livello. Sembra una scena scritta apposta per far ridere e far capire quanto lui sia fuori dal suo elemento.
È una di quelle dinamiche che rendono il film più leggero, anche quando le sparatorie partono. Com’è riuscita Eiza Gonzales a diventare una donna così tosta ed ha iniziato a fare la negoziatrice pericolosa?  Si potrebbe sviluppare un prequel. Ad un certo punto del film lei butta giù che ha studiato ad Harward Law, quindi ha un background accademico forte nel campo ed è quel dettaglio che spiega perché riesce a tener testa al boss dell’isola ed a smontare il suo avvocato scalcinato senza nemmeno alzare la voce.
Nel film non lo dicono mai esplicitamente, ma da come si muove e parla, il personaggio di Eiza González sembra avere un mix di
formazione legale/commerciale di alto livello: sa trattare, conosce i contratti, i cavilli, le pressioni psicologiche. Probabilmente ha studiato legge internazionale o negoziazione, roba da università tipo Harvard/Georgetown.  
L’addestramento sul campo, non ha certo  l’aria della secchiona da scrivania. Tiene testa a mercenari e boss criminali, quindi avrà fatto anni in ambienti pericolosi. Magari ex negoziatrice per aziende private di sicurezza, tipo quelle che trattano i riscatti dei rapimenti.
L’intelligenza di strada più la freddezza, sono la parte che non si insegna a scuola. Quella la ottieni solo stando in mezzo alla gente sbagliata e imparando a non farti fregare.
Guy Ritchie lascia sempre queste cose un po’ vaghe apposta, così il personaggio resta misterioso.  
Eiza in In the Grey mi ha dato la stessa energia di Harvey Specter:
 •  Zero paura di entrare in una stanza piena di squali.
 •  Sa tutte le regole, ma le usa per piegarle a suo vantaggio.
 •  Ha quella calma da “so già come finisce, tu ancora no”.
La differenza è che in Suits siamo in un ufficio legale super pulito di Manhattan, mentre qui siamo su un’isola con mercenari e 1 miliardo di dollari in ballo. Stesso cervello affilato, contesto 100 volte più pericoloso.
Mike Ross, l’avvocato in Suits sa essere geniale, sa capire le situazioni al volo e non si fa intimidire anche quando è circondato da gente che ha 20 anni più esperienza di lui.  
Eiza in In the Grey fa la stessa cosa: entra nella trattativa già 3 mosse avanti, legge il boss dell’isola e l’avvocato scalcinato come se fossero un libro aperto, e usa la sua calma per farli andare fuori dai gangheri.
L’unica differenza è che Mike Ross bluffa perché non ha il titolo, lei invece ha Harvard Law + l’esperienza reale, quindi non deve bluffare per niente. È legittimamente il coltello più affilato nella stanza.
Suits

Immaginate che lei sia la “Mike Ross” con il cervello e il titolo vero, e gli affiancano un tipo alla Harvey Specter ma versione Guy Ritchie - più sporco, più veloce, che risolve i problemi con una battuta e una minaccia a mezza voce.  
Legal-thriller che diventa inseguimento e sparatoria nel giro di 5 minuti, tutto con i dialoghi taglienti che Ritchie sa scrivere.
Sarebbe tipo Suits se fosse girato a Londra con una colonna sonora di The Streets e ogni caso finisse su un molo di notte.
Lei con la calma chirurgica di Harvard Law, lui con l’arroganza e l’istinto da strada di Harvey. Messi insieme su un caso grosso e sono 10 minuti che si pungono, si sfidano, e poi finiscono per coprirsi le spalle perché nessuno dei due può permettersi che l’altro cada.
Sarebbe il classico rapporto amore-odio di Ritchie: battute al vetriolo, rispetto reciproco che non ammettono mai, e quando le cose si mettono male diventano una macchina perfetta. 
La trattativa in una stanza, lei smonta l’avversario con i contratti, lui entra e chiude con una minaccia velata che fa sudare tutti. 
Titolo potenziale: The Grey Code. 
Eiza non urla, non spara, non fa il muso duro. Entra calma, ti fa 3 domande innocue, e 10 minuti dopo ti accorgi che ti ha messo alle strette senza che tu abbia capito come. È il classico “cuocere a fuoco lento” di Guy Ritchie: ti lascia parlare, ti lascia credere di avere il controllo, e poi ti tira il tappeto da sotto con un dettaglio che avevi detto tu stesso 5 minuti prima.
Sarebbe perfetto vederla in una scena lunga di trattativa, tipo 6-7 minuti in tempo reale, dove l’avversario parte arrogante e finisce che suda e cerca di uscire dalla stanza senza perdere la faccia. Zero violenza, solo tensione psicologica. Poi magari Harvey entra negli ultimi 30 secondi e dà il colpo di grazia con una battuta che chiude tutto.

sabato 16 maggio 2026

Cagliari - Piazza del Carmine- perché l’avevamo mollata e perché ci stiamo tornando!

Se sei di Cagliari lo sai che piazza del Carmine non è più quella di una volta. Per anni è stata il salotto buono della città, poi pian piano si è spenta anch’essa. Adesso però qualcosa si muove, soprattutto da quando ha aperto la nuova pizzeria di Vincenzo Capuano. 
Ho messo insieme i motivi per cui la gente si era allontanata e quelli per cui ora sta ricominciando a passarci.
Dopo il Covid i negozi chiudevano uno dopo l’altro  ed ogni mese si abbassava una saracinesca. Con i negozi chiusi la piazza diventava vuota e se non c’è gente, non ti viene voglia di fermarti e poi che ci vai a fare proprio lì se c’è un deserto?


Aumenta solo la malinconia, col ricordo di una piazza colma di bambini festanti accompagnati dai nonni attenti.
Ma pian piano emergeva l’aria di abbandono  di 
quegli angoli sempre più bui e con poca manutenzione che nel tempo hanno attirato gli extracomunitari trasformando il salotto di Cagliari in un centro di spaccio che sfuggiva e sfugge al controllo dei preposti. Non è che fosse pericolosa per forza, ma l’impressione era quella di un posto lasciato a sé stesso.
La sera quella piazza non era più nostra, tra chi bivaccava e la mancanza di movimento normale, in tanti hanno iniziato a preferire altre zone della città per una passeggiata o un aperitivo, come il Poetto o Marina Piccola, ma li non vi sono negozi. Io stessa avevo paura di scendere dalla macchina!
Non si sapeva più come gestire tutta quella gente poco raccomandabile, sindaci e forze dell’Ordine cercavano di arginare quei loschi  movimenti, con scarsi risultati visto che rapine, furti, coltellate e risse avvenivano all’ordine del giorno. 
Una tv nazionale ha messo a fuoco ció che avveniva nella nostra piazza del Carmine, su cui si sono accentrati gli obiettivi dei preposti.
Finalmente in città si è sentito parlare sempre più intensamente dell’apertura imminente di una delle tante pizzerie di Vincenzo Capuano e quando apre un nome così grosso, la curiosità scatta. In tanti pensano sia strano puntare su una piazza come quella, ormai abbandonata al degrado urbano ma una pizzeria grande, 100 posti, gente che fa la fila… la piazza torna a muoversi anche solo per quello.
Si è riaccesa la luce, letteralmente!
Con il locale nuovo è cambiata anche l’estetica della piazza. Vetrine aperte, luci accese la sera, più gente in giro. E dove c’è gente, l’aria cambia.
Lavoro e movimento portano vita;
nuove assunzioni, camerieri, consegne, clienti. Una piazza frequentata da famiglie e turisti è una piazza dove certe dinamiche faticano a restare. È la storia vecchia del “dove c’è vita, il degrado si sposta”.
Arriva prepotente la voglia di riprenderci lo spazio. 
Tanti cagliaritani lo dicono: “Se porti bellezza e lavoro in posti difficili, la gente torna”. Non è magia, è che finalmente c’è un motivo per ripassare da quelle parti. Insomma, l’avevamo mollata quando la piazza aveva smesso di parlare con noi. Ora ci stiamo tornando perché ha ricominciato a farlo. Voi cosa ne pensate, basta una pizzeria per fare rinascere una piazza o serve qualcosa di più? E che cosa?