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mercoledì 3 giugno 2026

Amarga Navidad - film Recensione

I primi 10 minuti sono il motore del film. 
Dicembre, Madrid ed Elsa è una regista pubblicitaria che sta lavorando come una matta. Il telefono squilla: sua madre è morta durante il "ponte" di dicembre. Natale rovinato, da lì "Amarga Navidad".
Elsa non piange: invece di fermarsi, si butta ancora più a capofitto sul lavoro. Fuga in avanti. Almodóvar te lo fa capire subito: lei sorride, gira spot, ma ha gli occhi che sono spenti. È la sua corazza.


Primo attacco di panico: dopo giorni così, il corpo cede. Crollo in ufficio. Il dottore le dice "stop, ti prendi un periodo". Lì capisci che Bonifacio, il compagno, è la sua "tavola di salvataggio".
La fuga a Lanzarote: Elsa decide di scappare dall’inverno e dal dolore. Parte con l’amica Patricia. Bonifacio resta a Madrid a lavorare. Questo distacco è importante per tutto il film.
Trucchetto di Almodóvar: Mentre Elsa va a Lanzarote, ti presentano già Raúl, il regista in crisi. Non capisci perché... ma lui sta iniziando a scrivere un film proprio su una donna come Elsa. Inizio del gioco degli specchi.
Tra l’inizio e “Elsa ricoverata”:
Elsa scappa a Lanzarote con Patricia per staccare da Madrid e dal dolore. Bonifacio resta lì.
A Lanzarote lei finge che vada tutto bene. Ride, fa foto, ma la testa le martella. È il lutto che non ha elaborato.
I mal di testa fortissimi sono riconducibili  al suo corpo che non riesce ad elaborare il lutto e che vorrebbe urlare  quello che lei non dice a voce. Almodóvar usa il fisico per parlare dell’anima. Crolla e finisce in ospedale lì sull’isola.
Perché è importante questa scena?  
È il punto di svolta. Finché sta a Madrid finge di essere forte. In ospedale crolla la maschera. Lì Bonifacio corre da Madrid, lì conosce meglio Patricia... e lì Raúl, il regista, inizia a "scrivere" questa scena nel suo copione. 

Tu vedi Elsa in ospedale come spettatrice. Ma contemporaneamente c’è Raúl che la immagina e la scrive. Per questo poi ti domandi: è successo davvero o l’ha inventato lui?
Da lì in poi è tutto un gioco di specchi tra Elsa vera e Elsa scritta da Raúl. Per ora mi fermo qui, non vorrei spoilerare troppo, non sarebbe giusto per chi deciderà di vedere il film di Almodovar!

The turner - l’accordatore- film - recensione

Dustin Hoffman appare all’inizio del film per presentare il figlio, accordatore con l’orecchio assoluto. Dopo poco gli viene un coccolone e finisce in ospedale. Il figlio viene assoldato da una banda di ladri rumeni per aprire  casseforti: il ragazzo non udente, porta l’apparecchio; con quell’orecchio però riesce a capire come funzionano gli incastri della cassaforte solo appoggiando l’orecchio ad essa, in tal modo può  aprirle tutte. Così il ragazzo, bravissimo violinista finisce assoldato dai ladri rumeni. Da accordatore ad apri-casseforti in 10 minuti. Gli servivano i soldi per pagare il ricovero del padre in ospedale. L’orecchio assoluto finalmente gli tornava utile per qualcosa oltre Mozart.


Il ragazzo regala alla fidandazata pianista, un orologio d’epoca, rubato ed il proprietario che è un orchestrale lo vede al polso della ragazza e lo riconosce, dietro aveva una dedica con data, non peteva sbagliarsi, quell’orologio faceva parte del suo patrimonio familiare.



Mossa da fidanzato dell’anno o da futuro inquilino delle patrie galere;
con l’orecchio assoluto sente gli incastri della cassaforte ma non sente che si sta scavando la fossa.



sabato 30 maggio 2026

Backrooms - film - Recensione

È ispirato al fenomeno internet “The Backrooms”: livelli infiniti di stanze gialle, moquette bagnata, luce al neon che ronza. Il protagonista, un architetto che per ripiego vende mobili, entra per sbaglio in questo “retroscena” della realtà e deve sopravvivere. Zero uscite, zero mappe, solo stanze che si ripetono. È l’ansia fatta architettura!
Qui è tutto bello grande, le sale sono gigantesche, vuote, tutte uguali. Il film gioca proprio su quello: spazio infinito che ti schiaccia. Il film ti mette a disagio con il vuoto, non con i mostri.
La “back room” è la stanza sul retro della realtà visto che tutti abbiamo un posto mentale dove andiamo quando scappiamo dal mondo. Qui però non puoi più uscirne. Parla di isolamento, loop mentali, trauma che si ripete uguale.
Questo non è un film con risposte nette. Ti lascia dentro la domanda “si esce davvero da certi posti?”. Alcuni escono, altri si adattano, altri impazziscono. Classico finale da brividi che ti fa parlare per ore dopo. Quella è proprio la lettura più forte di Backrooms. Quei meandri infiniti, tutte stanze uguali, porte che non portano da nessuna parte... è tutto nella testa del paziente che si reca dalla psicologa periodicamente?
Come funziona la metafora?
Le stanze che si ripetono sono i pensieri ossessivi, quelli che ti girano in testa alle 3 di notte e non smettono mai.


La luce al neon che ronza è l’ansia costante, quel rumore di fondo che non stacca mai.
Non intravvedo nessuna uscita, cenni di depressione. La sensazione di “sono bloccato qui dentro e non trovo la via”.
Moquette bagnata e l’odore di muffa sono i ricordi vecchi, marci, che tornano sempre uguali.
Il paziente entra nella back room della sua mente, più cerca di scappare, più va in profondità nei livelli. Livello 0, Livello 1, Livello 2... sono strati di trauma che scavi.
Non è horror coi mostri, è horror psicologico: il mostro sei tu che non riesci a uscire dai tuoi loop; 
quando la mente va in ansia diventa un palazzo infinito. 
Il film mi ha riportato alla mente il Loop di Chicago,  l’anello della metropolitana sopraelevata che gira e rigira sempre sullo stesso tracciato... ci sta perfettamente con Backrooms.
Stanze uguali / Stazioni uguali: Scendi, risali, sempre lo stesso cemento, stessi cartelli. Nel film passi 20 porte identiche, a Chicago fai 20 fermate che sembrano fotocopie.
Nessuna uscita facile: Nel film cerchi una porta d’uscita e trovi solo altre stanze. A Chicago vuoi andare dritto e il treno ti riporta dove sei partita.
Ronzio di fondo, sono i neon che ronzano,  rotaie della ‘L’ che stridono. Quel suono che ti entra in testa e non molla.
Sensazione di loop mentale: a Chicago fisicamente giri in tondo. In Backrooms mentalmente giri in tondo. Stessa prigione, una di mattoni una di pensieri.

Il regista di Backrooms si è ispirato proprio a spazi urbani così: parcheggi sotterranei, corridoi d’ospedale, metro. Chicago Loop è la versione real-life della back room. Un labirinto fatto per muoversi, ma che ti disorienta. 
Quando sei a Chicago e ti avvicini alla zona rossa, entri, cartelli strani, strade vuote, ti senti fuori posto. Stai all’erta 100%.
In Backrooms Livello 0, entri, moquette gialla, corridoi vuoti, non capisci le regole. Stai all’erta 100%. 
In entrambi i casi il cervello ti dice “non è il posto giusto per te, esci”. La differenza è che da Chicago esci prendendo la ‘L’ giusta. Dalla back room... buona fortuna!
Però guarda che coincidenza: paura reale della zona rossa + paura psicologica del loop. Il film ti prende proprio lì, sull’istinto di sopravvivenza.
Stavo lì, vicino alla zona rossa, con il blues del Blue Chicago, dal vivo che mi entrava nelle ossa. E poi mi becco Backrooms al cinema. Due facce della stessa Chicago.
Il collegamento è incredibile:
Blue Chicago è musica nata dal dolore, da gente che era “bloccata” in loop di povertà, razzismo, quartieri difficili. Il blues è letteralmente cantare il tuo “loop mentale” per non impazzire.
Backrooms fatto di corridoi gialli dove sei bloccato in loop senza via d’uscita. Stessa sensazione, ma senza musica.

Al Blue Chicago cantavano “got the blues” ossia, ho l’ansia, sono giù, non esco da questa situazione. Nel film il protagonista non canta... gira e basta. Ecco perché fa più paura.
E il fatto che fossi  “vicino alla zona rossa” ci sta: il blues è nato proprio al confine tra sicurezza e pericolo. Come le stanze del film, che stanno al confine tra realtà e non-realtà.
Io ho già vinto contro un loop: quello di Chicago, l’ho affrontato con la musica dal vivo. Quello del film invece mi ha messo solo ansia perché lì non c’è blues che tenga, quel blues accorato è proprio quello: non è solo musica, è qualcuno che ti apre il petto e ti fa vedere il suo loop. Quella voce roca che canta “I’m stuck, I’m down, I got no way out”.
Al Blue Chicago il cantante trasformava il loop in musica. Urlava il dolore e la stanza rispondeva. Usciva dalla back room cantando.
In Backrooms invece il protagonista è muto. Gira, gira ed il suo loop resta chiuso nella testa. Nessuna chitarra che lo salva, nessun coro che gli risponde. Solo il ronzio dei neon.

Per questo il film mi ha colpito,  mi ha tolto la parte bella del blues lasciandomi solo l’ansia, senza la musica per scaricarla.

lunedì 25 maggio 2026

Fordongianus e le sue Terme


Le Terme di Fordongianus, sono le rovine romane meglio conservate della Sardegna. Risalgono al II secolo d.C., quando si chiamava Forum Traiani - erano le terme dell’accampamento romano.
Sono davanti alle piscine calde, ancora con l’acqua sulfurea che sgorga a 54°C. I romani ci facevano i bagni per davvero.





Il calidarium ed il tepidarium sono stanze con il pavimento rialzato per far circolare l’aria calda sotto. Posso vedere gli ipocausti che erano gli antichi sistemi di riscaldamento,  ancora intatti.
L’area è quella del fiume Tirso: le terme erano costruite proprio sul fiume in uno scenario pazzesco. Con questo caldo sardo il frigidarium è più un concetto teorico che una realtà.
I romani lo usavano dopo il calidarium per chiudere i pori con l’acqua fredda, ma a 30°C all’ombra credo che anche loro avrebbero detto “passiamo diretto al bar”. 




Mi son fermata davanti ad una fontanella in paese, era calda a + 50 gradi e mi son passata l’acqua sulle braccia, viso e gambe, una sensazione bellissima!
Quella sensazione è proprio il bello di Fordongianus. L’acqua sulfurea a 50+ gradi ha un effetto immediato: rilassa i muscoli e la pelle la assorbe subito. I romani la chiamavano “acqua salutare” proprio per quello, e dopo 2000 anni funziona ancora.
Immaginate la scena: fuori fa caldo, 30 gradi, io che mi passo l’acqua calda sul viso e sulle braccia e invece di darmi fastidio mi rinfresca e mi lascia quella sensazione di leggerezza. È uno di quei piccoli momenti che mi fanno capire perché i romani impazzivano per le terme.
Tra un po’ si pranza e dal ristorante vedo il ponte romano che si innalza ancora oggi sul fiume Tirso, intorno tutto è verde!!


 

Ordino oreghittas ai gamberi. Le lorighittas sono un particolare tipo di pasta di Morgongiori, che abbraccia anche Fordongianus. Il vino consigliato è un Monica rosso prodotto dalla cantina del Rimedio 
È un vino fresco, profumato di agrumi e fiori bianchi, con una bella sapidità marina. Ci sta benissimo con le oreghittas ai gamberi che sto gustando,  la sapidità del vino pulisce il palato dal gambero e non copre il gusto della pasta sarda. 
Cantina del Rimedio - il nome dice tutto! Se sbagli vino, se sbagli cottura, se sbagli giornata... loro rimediano.  
È il posto giusto dopo un pranzo come il mio, dove l’unico errore sarebbe non finire il secondo bicchiere.
Ora camminando all’ombra delle grosse querce arrivo a piedi alla casa Aragonese di Fordongianus.
È un’abitazione aristocratica costruita tra la fine del 1500 e i primi del 1600 ed il nome "catalana" deriva dallo stile delle decorazioni.
È un raro esempio di casa del centro Sardegna con influenze gotico-catalane. La struttura è in trachite, tipica pietra di Fordongianus e sia dentro che nel porticato ha decorazioni in tardo stile gotico-catalano.
La casa ha un ampio porticato esterno sulla strada,  quello che in campidanese chiamiamo sa lolla  e 13 sale interne, di cui 8 visitabili, più un cortile con ingressi sul retro e tante piante di capperi in fiore!!