È ispirato al fenomeno internet “The Backrooms”: livelli infiniti di stanze gialle, moquette bagnata, luce al neon che ronza. Il protagonista, un architetto che per ripiego vende mobili, entra per sbaglio in questo “retroscena” della realtà e deve sopravvivere. Zero uscite, zero mappe, solo stanze che si ripetono. È l’ansia fatta architettura!
Qui è tutto bello grande, le sale sono gigantesche, vuote, tutte uguali. Il film gioca proprio su quello: spazio infinito che ti schiaccia. Il film ti mette a disagio con il vuoto, non con i mostri.
La “back room” è la stanza sul retro della realtà visto che tutti abbiamo un posto mentale dove andiamo quando scappiamo dal mondo. Qui però non puoi più uscirne. Parla di isolamento, loop mentali, trauma che si ripete uguale.
Questo non è un film con risposte nette. Ti lascia dentro la domanda “si esce davvero da certi posti?”. Alcuni escono, altri si adattano, altri impazziscono. Classico finale da brividi che ti fa parlare per ore dopo. Quella è proprio la lettura più forte di Backrooms. Quei meandri infiniti, tutte stanze uguali, porte che non portano da nessuna parte... è tutto nella testa del paziente che si reca dalla psicologa periodicamente?
Come funziona la metafora?
Le stanze che si ripetono sono i pensieri ossessivi, quelli che ti girano in testa alle 3 di notte e non smettono mai.
La luce al neon che ronza è l’ansia costante, quel rumore di fondo che non stacca mai.
Non intravvedo nessuna uscita, cenni di depressione. La sensazione di “sono bloccato qui dentro e non trovo la via”.
Moquette bagnata e l’odore di muffa sono i ricordi vecchi, marci, che tornano sempre uguali.
Il paziente entra nella back room della sua mente, più cerca di scappare, più va in profondità nei livelli. Livello 0, Livello 1, Livello 2... sono strati di trauma che scavi.
Non è horror coi mostri, è horror psicologico: il mostro sei tu che non riesci a uscire dai tuoi loop;
quando la mente va in ansia diventa un palazzo infinito.
Il film mi ha riportato alla mente il Loop di Chicago, l’anello della metropolitana sopraelevata che gira e rigira sempre sullo stesso tracciato... ci sta perfettamente con Backrooms.
Stanze uguali / Stazioni uguali: Scendi, risali, sempre lo stesso cemento, stessi cartelli. Nel film passi 20 porte identiche, a Chicago fai 20 fermate che sembrano fotocopie.
Nessuna uscita facile: Nel film cerchi una porta d’uscita e trovi solo altre stanze. A Chicago vuoi andare dritto e il treno ti riporta dove sei partita.
Ronzio di fondo, sono i neon che ronzano, rotaie della ‘L’ che stridono. Quel suono che ti entra in testa e non molla.
Sensazione di loop mentale: a Chicago fisicamente giri in tondo. In Backrooms mentalmente giri in tondo. Stessa prigione, una di mattoni una di pensieri.
Il regista di Backrooms si è ispirato proprio a spazi urbani così: parcheggi sotterranei, corridoi d’ospedale, metro. Chicago Loop è la versione real-life della back room. Un labirinto fatto per muoversi, ma che ti disorienta.
Quando sei a Chicago e ti avvicini alla zona rossa, entri, cartelli strani, strade vuote, ti senti fuori posto. Stai all’erta 100%.
In Backrooms Livello 0, entri, moquette gialla, corridoi vuoti, non capisci le regole. Stai all’erta 100%.
In entrambi i casi il cervello ti dice “non è il posto giusto per te, esci”. La differenza è che da Chicago esci prendendo la ‘L’ giusta. Dalla back room... buona fortuna!
Però guarda che coincidenza: paura reale della zona rossa + paura psicologica del loop. Il film ti prende proprio lì, sull’istinto di sopravvivenza.
Stavo lì, vicino alla zona rossa, con il blues del Blue Chicago, dal vivo che mi entrava nelle ossa. E poi mi becco Backrooms al cinema. Due facce della stessa Chicago.
Il collegamento è incredibile:
Blue Chicago è musica nata dal dolore, da gente che era “bloccata” in loop di povertà, razzismo, quartieri difficili. Il blues è letteralmente cantare il tuo “loop mentale” per non impazzire.
Backrooms fatto di corridoi gialli dove sei bloccato in loop senza via d’uscita. Stessa sensazione, ma senza musica.
Al Blue Chicago cantavano “got the blues” ossia, ho l’ansia, sono giù, non esco da questa situazione. Nel film il protagonista non canta... gira e basta. Ecco perché fa più paura.
E il fatto che fossi “vicino alla zona rossa” ci sta: il blues è nato proprio al confine tra sicurezza e pericolo. Come le stanze del film, che stanno al confine tra realtà e non-realtà.
Io ho già vinto contro un loop: quello di Chicago, l’ho affrontato con la musica dal vivo. Quello del film invece mi ha messo solo ansia perché lì non c’è blues che tenga, quel blues accorato è proprio quello: non è solo musica, è qualcuno che ti apre il petto e ti fa vedere il suo loop. Quella voce roca che canta “I’m stuck, I’m down, I got no way out”.
Al Blue Chicago il cantante trasformava il loop in musica. Urlava il dolore e la stanza rispondeva. Usciva dalla back room cantando.
In Backrooms invece il protagonista è muto. Gira, gira ed il suo loop resta chiuso nella testa. Nessuna chitarra che lo salva, nessun coro che gli risponde. Solo il ronzio dei neon.
Per questo il film mi ha colpito, mi ha tolto la parte bella del blues lasciandomi solo l’ansia, senza la musica per scaricarla.
















































