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sabato 30 maggio 2026

Backrooms - film - Recensione

È ispirato al fenomeno internet “The Backrooms”: livelli infiniti di stanze gialle, moquette bagnata, luce al neon che ronza. Il protagonista, un architetto che per ripiego vende mobili, entra per sbaglio in questo “retroscena” della realtà e deve sopravvivere. Zero uscite, zero mappe, solo stanze che si ripetono. È l’ansia fatta architettura!
Qui è tutto bello grande, le sale sono gigantesche, vuote, tutte uguali. Il film gioca proprio su quello: spazio infinito che ti schiaccia. Il film ti mette a disagio con il vuoto, non con i mostri.
La “back room” è la stanza sul retro della realtà visto che tutti abbiamo un posto mentale dove andiamo quando scappiamo dal mondo. Qui però non puoi più uscirne. Parla di isolamento, loop mentali, trauma che si ripete uguale.
Questo non è un film con risposte nette. Ti lascia dentro la domanda “si esce davvero da certi posti?”. Alcuni escono, altri si adattano, altri impazziscono. Classico finale da brividi che ti fa parlare per ore dopo. Quella è proprio la lettura più forte di Backrooms. Quei meandri infiniti, tutte stanze uguali, porte che non portano da nessuna parte... è tutto nella testa del paziente che si reca dalla psicologa periodicamente?
Come funziona la metafora?
Le stanze che si ripetono sono i pensieri ossessivi, quelli che ti girano in testa alle 3 di notte e non smettono mai.


La luce al neon che ronza è l’ansia costante, quel rumore di fondo che non stacca mai.
Non intravvedo nessuna uscita, cenni di depressione. La sensazione di “sono bloccato qui dentro e non trovo la via”.
Moquette bagnata e l’odore di muffa sono i ricordi vecchi, marci, che tornano sempre uguali.
Il paziente entra nella back room della sua mente, più cerca di scappare, più va in profondità nei livelli. Livello 0, Livello 1, Livello 2... sono strati di trauma che scavi.
Non è horror coi mostri, è horror psicologico: il mostro sei tu che non riesci a uscire dai tuoi loop; 
quando la mente va in ansia diventa un palazzo infinito. 
Il film mi ha riportato alla mente il Loop di Chicago,  l’anello della metropolitana sopraelevata che gira e rigira sempre sullo stesso tracciato... ci sta perfettamente con Backrooms.
Stanze uguali / Stazioni uguali: Scendi, risali, sempre lo stesso cemento, stessi cartelli. Nel film passi 20 porte identiche, a Chicago fai 20 fermate che sembrano fotocopie.
Nessuna uscita facile: Nel film cerchi una porta d’uscita e trovi solo altre stanze. A Chicago vuoi andare dritto e il treno ti riporta dove sei partita.
Ronzio di fondo, sono i neon che ronzano,  rotaie della ‘L’ che stridono. Quel suono che ti entra in testa e non molla.
Sensazione di loop mentale: a Chicago fisicamente giri in tondo. In Backrooms mentalmente giri in tondo. Stessa prigione, una di mattoni una di pensieri.

Il regista di Backrooms si è ispirato proprio a spazi urbani così: parcheggi sotterranei, corridoi d’ospedale, metro. Chicago Loop è la versione real-life della back room. Un labirinto fatto per muoversi, ma che ti disorienta. 
Quando sei a Chicago e ti avvicini alla zona rossa, entri, cartelli strani, strade vuote, ti senti fuori posto. Stai all’erta 100%.
In Backrooms Livello 0, entri, moquette gialla, corridoi vuoti, non capisci le regole. Stai all’erta 100%. 
In entrambi i casi il cervello ti dice “non è il posto giusto per te, esci”. La differenza è che da Chicago esci prendendo la ‘L’ giusta. Dalla back room... buona fortuna!
Però guarda che coincidenza: paura reale della zona rossa + paura psicologica del loop. Il film ti prende proprio lì, sull’istinto di sopravvivenza.
Stavo lì, vicino alla zona rossa, con il blues del Blue Chicago, dal vivo che mi entrava nelle ossa. E poi mi becco Backrooms al cinema. Due facce della stessa Chicago.
Il collegamento è incredibile:
Blue Chicago è musica nata dal dolore, da gente che era “bloccata” in loop di povertà, razzismo, quartieri difficili. Il blues è letteralmente cantare il tuo “loop mentale” per non impazzire.
Backrooms fatto di corridoi gialli dove sei bloccato in loop senza via d’uscita. Stessa sensazione, ma senza musica.

Al Blue Chicago cantavano “got the blues” ossia, ho l’ansia, sono giù, non esco da questa situazione. Nel film il protagonista non canta... gira e basta. Ecco perché fa più paura.
E il fatto che fossi  “vicino alla zona rossa” ci sta: il blues è nato proprio al confine tra sicurezza e pericolo. Come le stanze del film, che stanno al confine tra realtà e non-realtà.
Io ho già vinto contro un loop: quello di Chicago, l’ho affrontato con la musica dal vivo. Quello del film invece mi ha messo solo ansia perché lì non c’è blues che tenga, quel blues accorato è proprio quello: non è solo musica, è qualcuno che ti apre il petto e ti fa vedere il suo loop. Quella voce roca che canta “I’m stuck, I’m down, I got no way out”.
Al Blue Chicago il cantante trasformava il loop in musica. Urlava il dolore e la stanza rispondeva. Usciva dalla back room cantando.
In Backrooms invece il protagonista è muto. Gira, gira ed il suo loop resta chiuso nella testa. Nessuna chitarra che lo salva, nessun coro che gli risponde. Solo il ronzio dei neon.

Per questo il film mi ha colpito,  mi ha tolto la parte bella del blues lasciandomi solo l’ansia, senza la musica per scaricarla.

mercoledì 20 maggio 2026

In the grey - film - recensione


In the Grey è il nuovo action-thriller di Guy Ritchie con Jake Gyllenhaal e Henry Cavill.
Gyllenhaal e Cavill sono stati ingaggiati per recuperare 1 miliardo di dollari da un dittatore, ma la missione diventa un salvataggio e poi una guerra di strategia e tradimenti.
Eiza González fa la negoziatrice dura, quella che non si fa intimidire dal padrone dell’isola e tiene testa a tutti. Ha quel mix di freddezza e ironia che spacca ed è lei a tenere in piedi la parte più umana  della storia mentre Gyllenhaal e Cavill fanno i duri.


È anche il motivo per cui il film ha un po’ più di personalità rispetto ai soliti action: lei non è solo la ragazza da salvare, ma è quella che muove le pedine dietro le quinte, ha sempre il coltello dalla parte del manico perché conosce il gioco meglio di tutti: sa quando alzare la voce, quando sorridere, e quando far capire al boss che senza di lei non conclude niente.  
Lui, il padrone dell’isola, invece si presenta con un avvocato scalcinato che balbetta e cerca di fare il duro ed è proprio lì che si vede la differenza di livello. Sembra una scena scritta apposta per far ridere e far capire quanto lui sia fuori dal suo elemento.
È una di quelle dinamiche che rendono il film più leggero, anche quando le sparatorie partono. Com’è riuscita Eiza Gonzales a diventare una donna così tosta ed ha iniziato a fare la negoziatrice pericolosa?  Si potrebbe sviluppare un prequel. Ad un certo punto del film lei butta giù che ha studiato ad Harward Law, quindi ha un background accademico forte nel campo ed è quel dettaglio che spiega perché riesce a tener testa al boss dell’isola ed a smontare il suo avvocato scalcinato senza nemmeno alzare la voce.
Nel film non lo dicono mai esplicitamente, ma da come si muove e parla, il personaggio di Eiza González sembra avere un mix di
formazione legale/commerciale di alto livello: sa trattare, conosce i contratti, i cavilli, le pressioni psicologiche. Probabilmente ha studiato legge internazionale o negoziazione, roba da università tipo Harvard/Georgetown.  
L’addestramento sul campo, non ha certo  l’aria della secchiona da scrivania. Tiene testa a mercenari e boss criminali, quindi avrà fatto anni in ambienti pericolosi. Magari ex negoziatrice per aziende private di sicurezza, tipo quelle che trattano i riscatti dei rapimenti.
L’intelligenza di strada più la freddezza, sono la parte che non si insegna a scuola. Quella la ottieni solo stando in mezzo alla gente sbagliata e imparando a non farti fregare.
Guy Ritchie lascia sempre queste cose un po’ vaghe apposta, così il personaggio resta misterioso.  
Eiza in In the Grey mi ha dato la stessa energia di Harvey Specter:
 •  Zero paura di entrare in una stanza piena di squali.
 •  Sa tutte le regole, ma le usa per piegarle a suo vantaggio.
 •  Ha quella calma da “so già come finisce, tu ancora no”.
La differenza è che in Suits siamo in un ufficio legale super pulito di Manhattan, mentre qui siamo su un’isola con mercenari e 1 miliardo di dollari in ballo. Stesso cervello affilato, contesto 100 volte più pericoloso.
Mike Ross, l’avvocato in Suits sa essere geniale, sa capire le situazioni al volo e non si fa intimidire anche quando è circondato da gente che ha 20 anni più esperienza di lui.  
Eiza in In the Grey fa la stessa cosa: entra nella trattativa già 3 mosse avanti, legge il boss dell’isola e l’avvocato scalcinato come se fossero un libro aperto, e usa la sua calma per farli andare fuori dai gangheri.
L’unica differenza è che Mike Ross bluffa perché non ha il titolo, lei invece ha Harvard Law + l’esperienza reale, quindi non deve bluffare per niente. È legittimamente il coltello più affilato nella stanza.
Suits

Immaginate che lei sia la “Mike Ross” con il cervello e il titolo vero, e gli affiancano un tipo alla Harvey Specter ma versione Guy Ritchie - più sporco, più veloce, che risolve i problemi con una battuta e una minaccia a mezza voce.  
Legal-thriller che diventa inseguimento e sparatoria nel giro di 5 minuti, tutto con i dialoghi taglienti che Ritchie sa scrivere.
Sarebbe tipo Suits se fosse girato a Londra con una colonna sonora di The Streets e ogni caso finisse su un molo di notte.
Lei con la calma chirurgica di Harvard Law, lui con l’arroganza e l’istinto da strada di Harvey. Messi insieme su un caso grosso e sono 10 minuti che si pungono, si sfidano, e poi finiscono per coprirsi le spalle perché nessuno dei due può permettersi che l’altro cada.
Sarebbe il classico rapporto amore-odio di Ritchie: battute al vetriolo, rispetto reciproco che non ammettono mai, e quando le cose si mettono male diventano una macchina perfetta. 
La trattativa in una stanza, lei smonta l’avversario con i contratti, lui entra e chiude con una minaccia velata che fa sudare tutti. 
Titolo potenziale: The Grey Code. 
Eiza non urla, non spara, non fa il muso duro. Entra calma, ti fa 3 domande innocue, e 10 minuti dopo ti accorgi che ti ha messo alle strette senza che tu abbia capito come. È il classico “cuocere a fuoco lento” di Guy Ritchie: ti lascia parlare, ti lascia credere di avere il controllo, e poi ti tira il tappeto da sotto con un dettaglio che avevi detto tu stesso 5 minuti prima.
Sarebbe perfetto vederla in una scena lunga di trattativa, tipo 6-7 minuti in tempo reale, dove l’avversario parte arrogante e finisce che suda e cerca di uscire dalla stanza senza perdere la faccia. Zero violenza, solo tensione psicologica. Poi magari Harvey entra negli ultimi 30 secondi e dà il colpo di grazia con una battuta che chiude tutto.

venerdì 1 maggio 2026

Michael film - recensione

La storia del «Re del Pop» Michael Jackson,  dalla sua infanzia come star dei Jackson 5, ai momenti di abuso da parte di suo padre Joe Jackson, fino alla separazione e alla realizzazione dell'album di successo Thriller e alla rivendicazione della sua indipendenza come artista solista.
Dopo il successo di Bohemian Rapsody
diventato il biopic musicale di maggiore incasso della storia (900 milioni di dollari), il produttore Graham King deve averci ripensato per aver esaurito la storia di Freddie Mercury e dei Queen in un unico film, invece di aver sfruttato il successo con un sequel.

Eccolo quindi, otto anni dopo, a tentare il bis e dimostrare di aver imparato la lezione:  
Michael  di fatto è solo il primo capitolo di una saga cinematografica dedicata alla vita di Michael Jackson. 
Michael di Antoine Fuqua è un bel film e diretto con maestria; racconta l’ascesa del cantante ballerino verso il successo planetario che diventa re del pop nel periodo dal 1966 al 1988 in occasione del concerto di Wembley. Michael ci fa sentire orgogliosi e fortunati di aver  vissuto nell’epoca in cui lui era in giro per gli stadi di tutto il mondo. Penso che anche le nuove generazioni che non lo hanno conosciuto in passato, vedendo il film, capiscano che personaggio straordinario e unico sia stato nella storia musicale contemporanea. 
Prima di diventare una leggenda Michael Jackson viveva in una sorta di reclusione, quella della sua infanzia trasformata in disciplina, la mancanza della scuola, gli amici che non poteva frequentare per via delle continue e serrate prove che mettevano a dura prova il comportamento  di un bambino a cui il padre chiedeva un costante sacrificio anche a suon di cinghiate!
Michael si porta addosso il peso di un artista adorato dal mondo ma che nonostante ciò ha vissuto in una profonda solitudine. L’unica a proteggere il figlio è stata la madre. 
La musica per Michael è esercizio, fatica e comando. Quando il film passa all’età adulta ed affida Michael a Jaafar Jackson, nipote di Michael, il rischio dell’imitazione pesa su ogni inquadratura, ma qui arriva la sorpresa più convincente dell’opera. Jaafar riesce a costruire un personaggio introverso, attraversato dal fantasma dell’originale e da quella fragilità che riesce a convivere con l’elettricità scenica.

mercoledì 29 aprile 2026

La mummia film - Recensione

La vita della famiglia del reporter statunitense Charlie Cannon è sconvolta dalla misteriosa scomparsa della figlia Katie avvenuta a Il Cairo. Quando le speranze di ritrovarla si sono ormai spente,  otto anni dopo Charlie e la moglie, che nel frattempo si sono trasferiti ad Albuquerque nel Nuovo Messico assieme agli altri due figli Sebastián e Maud, ricevono una telefonata in cui  viene loro comunicato che la ragazza, ora diciassettenne, è stata ritrovata.


Il momento di gioia iniziale si trasforma ben presto in un incubo, perché via via si manifesta il profondo cambiamento della ragazza che sembra provenire più dal mondo dei morti che da quello dei vivi.

Katie, che era dentro un sarcofago e avvolta in fasce come una mummia, è profondamente cambiata dal punto di vista fisico ma anche il suo comportamento è diventato inquietante e ben presto impressiona anche i suoi genitori. Cosa le sia successo veramente ancora nessuno lo sa! 


Il delitto del terzo piano - film recensione


Il film narra di una coppia ormai logora che si trova in una fase di stallo in cui la monotonia  ha preso il sopravvento trasformando la routine in un peso, così la moglie, Laetitia Castà, ispirata da un brusco colpo proveniente dall’appartamento di fronte, decide di spiare i nuovi vicini col binocolo. Lei è esperta di Hitchcock e lui autore di thriller, insieme vivono in un elegante palazzo parigino.

La coppia che viene tenuta d’occhio si mostra piuttosto nervosa, tanto che Colette ed il marito, sospettano si sia verificato un omicidio. La vita dei due osservati si trasforma presto in un giallo ed il mistero diventa così il catalizzatore emotivo: indagare insieme significa ritrovarsi ed il crimine si trasforma paradossalmente in linguaggio dell’amore.

Il film ricorda da lontano la finestra sul cortile di Hitchcock ed analizza le varie dinamiche di coppia, partendo dalla routine ed arrivando alla paranoia.



martedì 10 marzo 2026

Lumache al sugo

Sabato ero al supermercato e stavano caricando le vaschette di lumache da mezzo chilo. Non le avevo mai cucinate prima perché ogni volta che pensavo di cucinarle mi veniva in mente una storia che mi raccontava mia madre, avvenuta quando era sfollata a Pabillonis, il Paese della terracotta, dove un tempo facevano i tegami. Mia madre fu invitata a pranzo presso una famiglia conosciuta, all’epoca lei era sedicenne. Sul fuoco cuocevano le lumache al sugo, con una buona dose di schiuma che con un mestolo veniva asportata da un addetto ai fornelli. Mia madre nel vedere quell’abbondanza di schiuma, le si chiuse lo stomaco e sebbene avesse appetito, erano gli anni della guerra, non mangió per tutto il giorno ed io per tanti anni non ho cucinato mai lumache! Sabato al supermercato ho chiacchierato con una signora piuttosto anziana e le ho chiesto come cucinasse lei le lumache. É stata gentilissima e me l’ha spiegato con dovizia di particolari.
Le lumache del supermercato sono già spurgate con la crusca quindi si possono già cuocere previo un energico lavaggio con acqua, metterle in pentola con sale alloro e due spicchi di aglio per almeno venti minuti dal bollore, con fuoco basso, per attirarle fuori dal guscio. Ho visto che cercavano di scappare dalla pentola, che dolore, povere lumache! Una volta cotte, si lasciano da parte e si prepara un sughetto di pomodoro, facendo rosolare uno spicchio di aglio senz’anima, aggiungendo i pelati passati, sale, un peperoncino, se vi piace, mezzo cucchiaino di zucchero per contrastare l’asprigno dei pelati, due foglie di basilico; molte massaie aggiungono anche la menta. A metà cottura del sugo si aggiungono le lumache scolate per bene e si aggiunge un quarto di bicchiere  di acqua. Cuocete per altri 10 minuti e fate la prova con uno stuzzicadenti, se la lumaca viene fuori dal guscio per intero, vuol dire che é pronta! Io le ho servite predisponendo sul piatto alcune fette di pane cotto a legna, leggermente abbrustolito in una padella, disposte sopra una quindicina di lumache, ricoprendo il tutto con un mestolo di sugo. Se avete altre idee da suggerire ben vengano! 
Buon appetito!

domenica 12 ottobre 2025

Grazia


Ho appena visto il film su Grazia Deledda da giovane, e sono rimasta molto emozionata. Il film racconta soprattutto la sua vita familiare e le difficoltà che ha affrontato da ragazza.
All’inizio, Grazia doveva aiutare in casa con le faccende da donne ma lei trovava spesso rifugio nella sua stanza, dove scriveva di nascosto. Un giorno, per caso, trovò l’indirizzo di un editore su un pezzo di giornale che il padre le aveva strappato perché non doveva più scrivere, lei lo ricompose ed a quell’indirizzo inviò la sua prima novella, aiutata dal postino complice che mantenne il segreto.
La ragazza attendeva con ansia risposta al suo lavoro. 
La madre di Grazia era severa e non voleva che la figlia dedicasse il suo tempo a scrivere, é cosa da uomini che una donna non può nemmeno sognarsi di fare. Il padre la sosteneva, ma morì presto. 
Dopo la sua morte, la famiglia attraversò momenti difficili: il fratello maggiore, che avrebbe dovuto gestire l’azienda, si perse nel gioco e nell’alcool, finendo isolato.

Grazia affrontò anche il dolore della perdita della sorella, che morì dopo aver perso il bambino. Nonostante tutto, la primavera portò una bella notizia: le sue novelle iniziarono ad essere pubblicate sulle riviste italiane.

Così Grazia prese il treno a Macomer per dirigersi verso Cagliari dove fu invitata e nel salotto della sua editrice  conobbe di persona oltre lei, anche Palmiro Modesani, che divenne suo marito ed il suo più grande  supporto nella carriera di scrittrice.

Un volto per Grazia!

Con grande emozione ho visto il film sulla giovane Grazia Deledda e desidero dedicare un pensiero speciale a Barbara Pitzianti, straordinaria interprete di questa figura così importante per la nostra cultura sarda.
Barbara ha saputo donare a Grazia uno sguardo intenso, sincero, ribelle e dolce insieme, capace di farci percepire la forza silenziosa con cui questa giovane donna sfidò le convenzioni del suo tempo per inseguire il proprio sogno di scrivere. Ogni gesto, ogni parola pronunciata sullo schermo ha portato con sé la profondità di una ragazza sarda che, pur tra mille difficoltà, ha saputo farsi voce potente e poetica.
Vedere Barbara, che conosco fin da bambina, crescere fino a diventare una professionista così sensibile e talentuosa, mi ha toccato profondamente. L’ho ammirata non solo come attrice, ma come donna capace di portare Grazia sullo schermo con grande rispetto e autenticità.

Grazie Barbara, per aver ridato luce a Grazia con grazia.💖

giovedì 21 agosto 2025

Ricetta: ricciola al profumo di Vernaccia del Tirso


Oggi ho portato in tavola un piatto semplice ma ricco di sapori: ricciola in tegame con capperi, olive e Vernaccia del Tirso. Una ricetta che profuma di Sardegna, perfetta per chi ama i piatti di mare con carattere.

Ingredienti (per 3 persone):
- 3 fette di ricciola fresca  
- 2 cucchiai di capperi dissalati  
- una manciata di olive verdi e nere  
- 2 spicchi d’aglio  
- 4 cucchiai di olio extravergine d’oliva  
- Mezzo bicchiere di Vernaccia del Tirso  
- Sale q.b.

Procedimento:
1. In un tegame largo, rosolate l’aglio in olio fino a doratura.
2. Aggiungete le fette di ricciola e fatele sigillare da entrambi i lati.
3. Unite capperi e olive, lasciate insaporire qualche minuto.
4. Sfumate con la Vernaccia e lasciate evaporare l’alcol.
5. Coprite e cuocete a fuoco dolce per circa 10-12 minuti, girando delicatamente a metà cottura.
Un piccolo avanzo per cena



Il profumo del vino, unito al gusto deciso della ricciola, rende questo piatto irresistibile. Servitelo con un contorno leggero e… buon appetito!

domenica 27 dicembre 2020

Burrida col pesce spada

Per Natale non son riuscita a trovare il gattuccio, pesce che in questo periodo natalizio dovrebbe abbondare sui banchi del mercato ma io non l'ho visto ed alla burrida non ci rinuncio. Mi è venuta l'idea che forse con un altro pesce avrei potuto farla ugualmente. Ho provato col pesce spada; ho comprato delle belle fette di pesce spada fresco. Appena arrivata a casa ho tagliato le fette a tocchetti non troppo piccoli e l'ho messo a cuocere con olio ed aglio; ho aggiunto un pò di acqua ed ha finito di cuocere per due minuti circa; il posce spada non si presta a lunghe cotture, diventa stopposo. In un tegame ho fatto scaldare dell'olio ho aggiunto uno spicchio d'aglio e fatto inbiondire e poi l'ho levato. In quell'olio ho aggiunto le noci schiacciate per bene avendo cura di spegnere subito il fuoco perchè la pelle delle noci, cuocendo diventa amara. Ho aggiunto il tanto di vernaccia che serviva a coprire tutti i bocconcini di pesce spada, circa mezzo bicchiere ed un quarto di bicchiere di aceto. Ho disposto i bocconcini in un piatto di portata concavo piuttosto alto ed ho aggiunto la salsa di noci. Occorre lasciare il tutto per almeno due giorni, in modo che il pesce assorba gli ingredienti. So che a molti non piace la consistenza della noce, quindi consiglio di passare la salsa al mixer. 

martedì 29 gennaio 2019

Il kefir di latte - Cos'è? Come si utilizza?

Il Kefir è una bevanda ottenuta dalla fermentazione del latte, quindi ricca di fermenti lattici e di probiotici, a lieve grado alcolico. Il Kefir, che deriva da Keif, ossia benessere in armeno, proviene dalla zona caucasica e vi sono diverse leggende che gli ruotano intorno. Tra le tante, quella dello zar Nicola II che condannò il principe a donare 10 libbre di Kefir alla bella Irina Sachkarova dopo aver tentato il suo rapimento.  Irina provò a divulgare il Kefir  in Russia e nel 1908 fu perfino tentata la sua commercializzazione ma era molto difficile seguire un preciso processo produttivo. Intorno al 1930 fu trovato un metodo alternativo, efficace quanto quello tradizionale.
Il governo russo, resosi conto dei benefici che il kefir apportava alla popolazione, mandò una lettera di encomio alla ormai 83 enne Irina, quale ringraziamento. Addirittura si racconta che il profeta Maometto, di passaggio nel Caucaso, avrebbe lasciato alcuni grani di kefir agli avi dei montanari della regione, i Grani del Profeta erano custoditi gelosamente ed in maniera accurata, perchè una volta svelato il loro segreto, sarebbero cessati i suoi benefici. Il Kefir era considerato come un bene di famiglia e tramandato di generazione in generazione sempre all'interno delle zone caucasiche. Soltanto nei primi anni del novecento, alcuni medici e studiosi, si accorsero dell'esistenza del Kefir ed iniziarono a studiarlo come rimedio utile nel trattamento della tubercolosi, e per curare le malattie dello stomaco e dell'intestino. Il premio Nobel Ilya Ilyich Mechnikov  era convinto che il latte  fermentato come il Kefir, preservasse il fisico dall'invecchiamento e da tante malattie. In effetti Mechnikov morì a 71 anni, ben oltre l'età media dell'epoca. Si iniziò a produrre il kefir su larga scala solo negli anni trenta ma ancora oggi non si è compresa ancora bene la   sua composizione, fatta di fermenti lattici e lieviti, agglomerati in una sostanza gelatinosa, un concentrato di micro organismi buoni, detti probiotici che arrivando all'intestino, ne migliorano la funzionalità e le difese immunitarie di cui è il maggior responsabile,  perchè il Kefir  arrichisce la flora batterica.
Il Kefir si ottiene tenendo i granuli ammollati nel latte di giornata intero o parzialmente scremato, per almeno 24 ore , 50 grammi di granuli per una tazza di latte; lo si può tenere in frigo, ma alcuni ceppi batteriologici si assopiscono, oppure a temperatura ambiente,  tutti i ceppi possono lavorare al meglio e digerire per noi il lattosio, così anche le persone intolleranti potranno berlo. Al termine delle 24 ore si scolano i grani con un passino a maglie fitte, così da non perdere le nuove infiorescenze di Kefir ed il latte reso fluido si potrà bere con frutta fresca o secca e con pane o biscotti. I granuli appena scolati, senza lavarli verranno introdotti in altro latte e conservati in un contenitore di vetro trasparente col tappo di plastica bucherellato, perchè il Kefir emette dei gas che devono essere sprigionati. Ricordate che i granuli non si lavano mai con l'acqua, eventualmente solo con poco latte. Il kefir scolato si può conservare in frigorifero anche due giorni. Con il Kefir si possono fare tante cose, innanzitutto in cucina si può usare come lievito per fare pane o pizza, dolci come torte o biscotti; si può fare il formaggio fresco spalmabile oppure quello stagionato; i granuli che si riproducono non si buttano, possono essere regalati o surgelati in vetro col latte oppure usati come concime per le piante o ancora aggiunti al cibo del cane. Per avere i granuli in regalo, basta andare su Facebook e digitare Kefir e vi appariranno tanti siti in cui iscrivervi per essere inseriti nelle mappe dei donatori di Kefir o tra coloro che li vorrebbero ricevere.     

        
                                                                                                                                       

domenica 27 gennaio 2019

Piadine integrali al Kefir con semi di lino, sesamo e quinoa


E' da un pò che non impastavo, così questo pomeriggio ho preparato una pasta  utilizzando il Kefir che faccio ogni giorno in casa. Ho preparato dieci piadine mignon, da farcire con marmellata e frutta oppure prosciutto e formaggio o ancora con mozzarella, pomodoro ed insalata verde.
Ho usato sia la farina tipo OO, super raffinata e metà di quella integrale,  ho aggiunto i semi di lino, che alleviano i valori del colesterolo, i semi di sesamo che contengono ferro e tanti sali minerali ed i semi di quinoa, adatto per tutti i celiaci, inquanto non contiene glutine ma ha tante proteine e fibre, magnesio, vitamina C e vitamina E.
Le dosi per 10 piadine mignon sono:
150 grammi di farina OO;
150 grammi di farina integrale;
200 grammi di Kefir;
un cucchiaino di bicarbonato;
un cucchiaino di olio extra vergine di oliva;
un pizzico di sale;
un misto di semi di lino, sesamo e di quinoa.

Unire tutti gli ingredienti in una terrina, a parte i semi che unirete alla fine, dopo aver lavorato per bene la pasta che non si deve attaccare alle mano, in dieci minuti è pronta. Unite i semi vari e lasciate riposare la palla che avrete formato, per circa 3/4 d'ora, il tempo necessario perchè i semi si ammorbidiscano.
Formare ora dieci palline che andrete a spianare sul tavolo da lavoro con un mattarello medio piccolo. Accendete il fuoco, quello medio, e mettete le mini piadine a cuocere due minuti per parte. Farcite le piadine con prosciutto e formaggio oppure con frutta o marmellata.

giovedì 22 novembre 2018

Pasta fresca al basilico - Quadrucci e tagliatelle


Una collega raccontava di aver mangiato una pizza con l'impasto al sapore di basilico, così mi è venuta voglia di fare l'impasto per le tagliatelle verdi, al sapore di basilico. Non costa nulla e sono molto saporite e profumate. E' necessario acquistare un sacchetto di semola fine o granino e qualche uovo, uno per ogni etto di semola, una decina di foglie di basilico coltivato nel giardino di casa o sul terrazzo, un pizzico di sale e tanto olio di gomito. Mettere nel mix tre uova, per tre etti di semola, il sale e le foglie di basilico e frullare fino a sminuzzare queste ultime, aggiungere quindi al resto della semola disposta su un piatto capiente. Amalgamare gli ingredienti e preparare una palla che lascerete riposare in un canovaccio per mezz'ora. Nel frattempo preparate un buon ragù se preferite le tagliatelle, altrimenti per cena, un buon minestrone di verdure miste in cui cuocerete i quadrucci al basilico. La pasta si può iniziare a lavorare un pò sul tavolo, quando è morbida e non si attacca più alle mani, per poi passarla alla macchina per spaghetti, lasagne o tagliatelle, io ho una vecchia Imperia che mi ha regalato mia madre. Iniziamo a far passara la pasta con lo spessore più grosso, un paio di volte, fin quando la sfoglia fa le bollicine; stringiamo ora lo spessore e facciamo passare l'impasto che si sta allungando sempre di più perchè si è assotigliato. Se non riusciamo a prenderla tutta in mano, tagliamo la pasta in due e continuiamo fin quando arriviamo allo spessore più fine. Ora insemoliamo la sfoglia e passiamola nel settore superiore, pronti per sollevare le nostre tagliatelle. Passandole nella semola prima di tagliarle siamo sicuri che non si attacchino, ora le disponiamo su un grande foglio di carta forno. Tra un passaggio e l'altro, ci vorrà un'oretta, incluso il tempo di riposo della pasta. E' pronto il ragù? E l'acqua bollente? Versate quindi le tagliatelle dopo aver salato l'acqua ed  in tre minuti saranno pronte per essere scolate e condite, buon appettito!!  

giovedì 21 giugno 2018

Rana pescatrice (o coda di Rospo) alla Catalana


Ieri sono stata al mercato ed ho trovato dal mio solito rivenditore, le rane pescatrici dette anche code di rospo, già private delle teste, ad un prezzo molto conveniente, ne ho preso tre e le ho fatte tagliare a tranci. Qualche settimana fa, sono andata a cena fuori ed ho ordinato la rana pescatrice alla catalana, mi è piaciuta molto, ed anche se alla catalana è nota l'aragosta,  ho pensato di provare a fare a casa, allo stesso modo, la Rana Pescatrice. Cercando di ricordare il sapore, ho tagliato a rondelle sottili, una cipolla tonda e con poca acqua, sale e mezzo bicchiere di aceto, l'ho lasciata macerare in un piatto fondo, coprendola, per non far evaporare l'aceto. Ho lavato i tranci della rana pescatrice e li ho messi in una pentola con l'acqua fredda ed il sale; ho fatto bollire solo 10 minuti, i pezzi devono restare compatti e non spappolati. Trascorso il tempo, ho scolato il pesce ed ho disposto i tranci in un piatto di portata, a raffreddare; con un coltello ben affilato, ho staccato la lisca alla rana ed ho tagliato la polpa a tocchetti medi, non troppo grossi e da ultimo ho aggiunto le cipolle scolate dell'aceto e dell'acqua, i pomodorini camona, tagliati a tocchetti ed ho condito con del buon olio extravergine di oliva. Girato delicatamente il tutto, l'ho presentato a tavola freddo.

lunedì 16 aprile 2018

Insalata di triglie e orzo


Ieri ho preparato una ricetta nuova, di riciclo. Da sabato mi sono rimaste due grosse triglie di fango, ossia quelle che con i baffetti cercano le conchigliette tra la sabbia. Sabato le avevo preparate alla livornese, ossia cotte in tegame con aglio, prezzemolo e pomodoro fresco, olio e niente sale ma pomodoro secco. In una pentola capiente, ho messo dell'acqua in cui ho fatto cuocere mezzo chilogrammo di orzo perlato, per una ventina di minuti. Una volta scolato, l'ho messo a rafreddare in balcone. Nel frattempo ho pulito le due triglie dalle spine e le ho messe nel mixer con un pò di olio extravergine di oliva e l'ho frullato per bene. Aveva la consistenza della maionese. In un piatto di portata hi messo cinque carciofi crudi, puliti bene dalle foglie dure e dalla barbetta interna, tagliati a fette sottili, alcuni funghetti prataioli lavati e tagliati anch'essi, quattro pomodori camona  tra il verde ed il rosso,anche quelli affettati sottili, avevo delle fettine di salmone affumicato ed le ho aggiunte tagliate a tocchetti, infine ho amalgamato il tutto con  diverse cucchiaiate di orzo perlato cotto; ho mischiato per bene gli ingredienti, ed ho corretto con l'olio ed il sale ed ho servito in tavola. Se piace si potrà aggiungere della maionnaise. Una fresca insalata, indicata sopratutto per le cene estive, magari all'aperto. Inoltre  é un ottimo sistema per far mangiare il pesce ai bambini ma anche ai grandi schizzinosi quando trovano una spina nel piatto. 

venerdì 16 marzo 2018

Minestra di patate e carciofi


D'inverno non mancano mai i carciofi spinosi, li trovo molto più saporiti di quelli senza spine. Prima li cucinavo al verde, con o senza patate, giusto come contorno. Qualche settimana fa, mi sono ricordata che mia madre, li cucinava anche a minestra con le patate e ci aggiungeva le ave maria, ossia dei ditali piccolissimi. Ho provato a farli anch'io, e devo dire che a casa piacciono tanto, così ho accantonato per qualche tempo le minestre di legumi, fin quando finirà la stagione dei carciofi, iniziano già a scarseggiare. Se la minestra ci piace densa, occorre mettere qualche patata in più altrimenti abbondate pure con i carciofi. Questa minestra prende sapore più forte il giorno dopo, quindi le dosi sono per otto persone, quattro più quattro. 
In una pentola con i manici mettere a bollire un litro e mezzo d'acqua, tagliare quattro patate di media grossezza a tocchetti piccoli e otto carciofi teneri puliti dallle foglie più legnorse, e tagliati fino a raggiungere la partee più tenera, nettarli in due e levare la "barbetta" interna; adesso tagliateli a fettine sottili e versateli con le patate, nell'acqua bollente, in cui aggiungerete mezza cipolla tagliata fine, una foglia di alloro, uno spicchio d'aglio, un filo d'olio extravergine ed un dado vegetale, Far cuocere per un quarto d'ora circa; assaggiate ed eventualmente correggete il sapore. In un pentolino cuocete le ave maria e preparate i piatti eggiungendo alla minestra un pò di pastina. Sentirete che profumo si sprigionerà dalla vostra pentola!