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martedì 16 giugno 2026

7 Cose che capisci solo se sei sardo 🇸🇩

Non è campanilismo. È che alcune cose le capisci solo se ci sei nato, o ci hai vissuto abbastanza da capirle.
1. Diffidenza livello boss finale.
La prima volta che chiedi un’informazione a un sardo, ti guarda come se gli avessi chiesto la password del bancomat. Ma se torni una seconda volta, ti saluta. La terza ti chiede “di chi sei figlio?”. La quarta ti offre il caffè.  
Traduzione: Con i sardi non funziona il “fai subito amicizia”. Funziona il “fatti vedere che ci sei sul serio”.
2. Il fil’eferru è un test di lealtà  
Se al bar uno dice “offro io un giro di fil’eferru”, non è solo un’offerta. È un invito a entrare nel cerchio. Se accetti, sei dei nostri. Se ti tiri indietro senza motivo, hai chiuso l’amicizia prima di iniziarla.  
Traduzione: Non è questione di alcol. È questione di condividere.
3. L’ospitalità a tradimento  
Vai da un parente “solo per un saluto veloce”. Non te la cavi con un “ciao”. Ti tocca bere il rosolio fatto in casa, e aspettare che escano i biscotti dal forno perché “li devi portare anche ai cugini di Quartu”.  
Traduzione: In Sardegna un saluto di 5 minuti dura 1 ora e ti fai carico di 2 kg di dolci.
4. Meglio niente che male accompagnati
Un sardo preferisce vederti una volta ogni 6 mesi, ma vero, piuttosto che ogni settimana con i complimenti finti. Se capisce che sei falso, non litiga. Ti toglie semplicemente dal giro.  
Traduzione: Meglio 3 amici veri che 30 conoscenti su Instagram.
5. La testardaggine che diventa onore  
Se un sardo dice “ci penso io”, non chiedere se ha bisogno di aiuto. Potrebbe sudare e bestemmiare sottovoce, ma non molla. Perché è orgoglio.  
Traduzione: Dietro un “no, faccio da me” c’è “tengo alla mia dignità più che alla mia schiena”.
E tu? In quale di questi tratti ti riconosci di più? Scrivilo nei commenti 👇

Cabras: tra Giganti e pietre preziose in miniatura


Sono andata a Cabras per darci un’occhiata veloce e mi sono fatta risucchiare dal tempo senza accorgermene. Al museo i Giganti di Mont’e Prama ti fermano sul posto: non è solo il numero e l’imponenza, è come sono messi lì, in formazione, seri, come se stessero ancora aspettando un ordine che non è mai arrivato. 2800 anni e ti guardano ancora con quella faccia che non ha voglia di scherzare.


Poi esci e il Sinis ti cambia passo. I guerrieri di pietra diventano granelli di quarzo sotto i piedi a Is Arutas, bianchi e rosa, che scivolano e ti massaggiano mentre cammini, con l’acqua

che si fa trasparente ogni due passi. E ti sembra naturale passare da statue millenarie a una spiaggia fatta di pietre preziose in miniatura. La sabbia cambia ancora a Mari Ermi, diventa quasi rosa, più grossa, che scricchiola, e in mezzo spuntano rocce gialle che tagliano il paesaggio e aprono l’orizzonte. 

Tra una spiaggia e l’altra ti fermi a mangiare e capisci perché la gente non ha fretta di andare via. Arriva la merca,  i muggini avvolti nella ziba, l’erba tipica dello stagno che insaporisce il pesce, la crema di bottarga da spalmare nei cornetti di carasau, la fregola a minestra di arselle che sa di mare e casa insieme, e il muggine arrosto che non ha bisogno di fronzoli. Ecco che arriva la Malvasia con i dolcetti tipici e ti senti già parte del posto, senza aver fatto niente.



Se vuoi il lato più tranquillo e fuori dal tempo, c’è la spiaggia di Maimoni dove fare lunghe passeggiate  digestive,  con le alghe adagiate in riva e la macchia che arriva fin sulla sabbia.








Niente chioschi, solo silenzio e mare. È la parte più selvaggia del gruppo, quella che ti lascia andare.
Alla fine Cabras sa di antico borgo di pescatori con una natura ricca ma incontaminata intorno.





Da una parte i Giganti che ti guardano storto, dall’altra il mare che non aspetta altro che ti immerga. E tu in mezzo, che non sai se stare zitto o dire aspetta che ora mi tuffo.

lunedì 15 giugno 2026

Se la Sardegna potesse parlare direbbe Tharros

Il vento del Sinis non porta via le cose, le fa tornare.  
Ieri ci ha riportato a Tharros.
Non è stata una gita. È stato entrare in un posto dove il tempo ha deciso di rallentare, e noi con lui.
Camminavamo tra le pietre fenicio-puniche.  Il vento del Sinis ci parlava addosso, forte, senza chiedere permesso. Sotto i piedi c’erano 3000 anni di storie che non chiedono nulla: restano lì, silenziose, e ti fanno sentire piccolo nel modo giusto.


Mi sono fermata a guardare il mare da quel promontorio. Da lì sembra che il mondo finisca, ed è per questo che gli antichi avevano scelto proprio quel punto. Per ricominciare.
Non abbiamo parlato molto. Non serviva.  
A volte basta stare nello stesso silenzio per ritrovarsi.
Tharros non ti dà risposte. Ti lascia stare, e questo oggi è bastato.



domenica 14 giugno 2026

Disclosure film - recensione

Film veloce e un po’ caotico, ti butta dentro una cospirazione senza spiegare troppo. Io non ho capito tutto, ma la sensazione di paranoia mi è arrivata forte.
Colin Firth è il cattivo perfetto: calmo, senza scrupoli, pronto a tutto per tenere nascosti i file.  
Emily Blunt invece mi è piaciuta un sacco, soprattutto quella scena in diretta TV dove parla in modo strano, quasi alieno. Da brividi.

Non è un film con risposte facili. Ti lascia con la domanda: “e se fosse vero, saremmo pronti a saperlo?”. Finale aperto, che fa parlare dopo.

mercoledì 3 giugno 2026

Amarga Navidad - film Recensione

I primi 10 minuti sono il motore del film. 
Dicembre, Madrid ed Elsa è una regista pubblicitaria che sta lavorando come una matta. Il telefono squilla: sua madre è morta durante il "ponte" di dicembre. Natale rovinato, da lì "Amarga Navidad".
Elsa non piange: invece di fermarsi, si butta ancora più a capofitto sul lavoro. Fuga in avanti. Almodóvar te lo fa capire subito: lei sorride, gira spot, ma ha gli occhi che sono spenti. È la sua corazza.


Primo attacco di panico: dopo giorni così, il corpo cede. Crollo in ufficio. Il dottore le dice "stop, ti prendi un periodo". Lì capisci che Bonifacio, il compagno, è la sua "tavola di salvataggio".
La fuga a Lanzarote: Elsa decide di scappare dall’inverno e dal dolore. Parte con l’amica Patricia. Bonifacio resta a Madrid a lavorare. Questo distacco è importante per tutto il film.
Trucchetto di Almodóvar: Mentre Elsa va a Lanzarote, ti presentano già Raúl, il regista in crisi. Non capisci perché... ma lui sta iniziando a scrivere un film proprio su una donna come Elsa. Inizio del gioco degli specchi.
Tra l’inizio e “Elsa ricoverata”:
Elsa scappa a Lanzarote con Patricia per staccare da Madrid e dal dolore. Bonifacio resta lì.
A Lanzarote lei finge che vada tutto bene. Ride, fa foto, ma la testa le martella. È il lutto che non ha elaborato.
I mal di testa fortissimi sono riconducibili  al suo corpo che non riesce ad elaborare il lutto e che vorrebbe urlare  quello che lei non dice a voce. Almodóvar usa il fisico per parlare dell’anima. Crolla e finisce in ospedale lì sull’isola.
Perché è importante questa scena?  
È il punto di svolta. Finché sta a Madrid finge di essere forte. In ospedale crolla la maschera. Lì Bonifacio corre da Madrid, lì conosce meglio Patricia... e lì Raúl, il regista, inizia a "scrivere" questa scena nel suo copione. 

Tu vedi Elsa in ospedale come spettatrice. Ma contemporaneamente c’è Raúl che la immagina e la scrive. Per questo poi ti domandi: è successo davvero o l’ha inventato lui?
Da lì in poi è tutto un gioco di specchi tra Elsa vera e Elsa scritta da Raúl. Per ora mi fermo qui, non vorrei spoilerare troppo, non sarebbe giusto per chi deciderà di vedere il film di Almodovar!

The turner - l’accordatore- film - recensione

Dustin Hoffman appare all’inizio del film per presentare il figlio, accordatore con l’orecchio assoluto. Dopo poco gli viene un coccolone e finisce in ospedale. Il figlio viene assoldato da una banda di ladri rumeni per aprire  casseforti: il ragazzo non udente, porta l’apparecchio; con quell’orecchio però riesce a capire come funzionano gli incastri della cassaforte solo appoggiando l’orecchio ad essa, in tal modo può  aprirle tutte. Così il ragazzo, bravissimo violinista finisce assoldato dai ladri rumeni. Da accordatore ad apri-casseforti in 10 minuti. Gli servivano i soldi per pagare il ricovero del padre in ospedale. L’orecchio assoluto finalmente gli tornava utile per qualcosa oltre Mozart.


Il ragazzo regala alla fidandazata pianista, un orologio d’epoca, rubato ed il proprietario che è un orchestrale lo vede al polso della ragazza e lo riconosce, dietro aveva una dedica con data, non peteva sbagliarsi, quell’orologio faceva parte del suo patrimonio familiare.



Mossa da fidanzato dell’anno o da futuro inquilino delle patrie galere;
con l’orecchio assoluto sente gli incastri della cassaforte ma non sente che si sta scavando la fossa.