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venerdì 23 settembre 2011

"S'Acabadora" e la dolce Eutanasia.

                 Nel III° secolo a.C. un filologo che si chiamava Zenodoto sviluppò alcuni studi omerici ed ebbe un incarico di bibliotecario. Studiando nei suoi testi, scoprì che  una colonia di Cartaginesi,  venuta da Sardone (Sardegna), sacrificava, già da allora, gli ultrasettantenni a Saturno. Questo sacrificio avveniva proprio mentre tutti i parenti e gli amici del vecchio si abbracciavano e ridevano, come se stessero assistendo ad una festa. Da quell'usanza deriva infatti il termine  "riso sardonico", il riso forzato dei sardi. Per diversi storici dell'epoca, parliamo degli anni dal 350 al 250 a.C., era uso comune dei "Sardonii", far precipitare i parenti più vecchi  dall'alto delle..........
scogliere, mentre i figli ridevano amaramente e simulando felicità provata nel togliere la vita a chi l'aveva donata a loro.   In un tempo più recente, parliamo del 1861, Camillo Benso Conte di Cavour, fu rapidamente ucciso dal solerte dottor Rossi, arrivato al suo capezzale in quanto malarico cronico e considerato che lo statista stava molto male, pensò di spurgargli il sangue praticandogli diversi salassi, accelerandone così la morte. Involontariamente gli procurò la morte, comportandosi da vero professionista dell'acabadura. Per un'antica credenza che una più lunga agonia spetti a colui che in vita abbia bruciato un giogo , si corre ai ripari mettendogli sotto il capezzale, proprio un giogo nuovo oppure una pietra. Questa era la pratica del popolo degli acabaduri.
Vi era in Sardegna una casta ed il suo compito era far fuori i sessantenni non più abili alla guerra nè al lavoro. Questa casta, ricevette il nome di accabadura, che deriva dal verbo accabare che corrisponde all'assomer dei francesi, e che noi diremo accoppare. Gli accabaduri venivano invitati quindi da un figlio al fine di far accoppare i genitori ormai ridotti a vegetali, per rendere loro l'ultimo servigio. S'Acabadora, uccideva solo per scopi umanitari. In Barbagia era compito delle donne, mentre in Campidano, quest'arte veniva affidata agli uomini. Quando S'Acabadora, chiamata dai familiari del moribondo, si affaccia nel cuore della notte, nella sua camera,  e lui la vede, avvolta nel suo vestito nero, col volto coperto dalla sopra gonna, sa che quello che riceverà tra poco sarà l'ultimo abbraccio della sua vita! Due episodi sono certificati; uno a Luras, nel 1929 ed uno ad Orgosolo nel 1952. A Luras, l'ostetrica del paese, accabbò un settantenne, non fu arrestata perchè i carabinieri lo considerarono un gesto umanitario. Ziu Flore, viveva in Gallura, e circa quarant'anni fa, dopo una vita dignitosa, trascorsa tra gli stazzi ed il lavoro con l'aratro, stette male e di lì a poco, suonarono le campane a morto e tutto il paese lo venne a vegliare. I bambini, giocando, si accorsero che respirava ancora; fu chiamato il medico condotto che passando un fiammifero davanti alle sue narici si accorse che Ziu Flore respirava ancora. Nella famiglia, una parente faceva la levatrice, tirava i denti e faceva dell'altro. Fu chiamata la donna che durante la motte entrò da una porta della casa lasciata aperta per lei, e si avvicinò al capezzale del morente Ziu Flore, prese dalla borsa il suo martelletto fatto con un ramo d'ulivo e tramandato di generazione in generazione, con la parte che batte, levigata dai tanti colpetti dati, e si avvicinò al paziente con dolcezza, battè sapientemente un colpo nella zona vitale che lei conosceva bene e finì l'uomo. Adesso tutti erano sicuri che l'uomo non poteva più respirare.
S'Acabadora usava anche stordire con la mandragola i suoi pazienti, quindi li soffocava col loro stesso cuscino.
Fino al 1980, si vocifera esistesse ancora S'Acabadora, così come esisteva la levatrice, portatrice di nascite, S'Acabadora portava la morte serena che sollevava le sofferenze al vecchio malato.
Affianco alla figura de S'Acabadora, ve ne sono state altre, in Sardegna. Si trattava di donne con una sensibilità particolare. Una di queste signore, viveva a Carbonia, ed è morta circa dieci anni fa, quasi centenaria. Lei era molto abile nel rimettere a posto le ossa rotte delle persone, con particolare attenzione, strofinava i polpastrelli, cercando di ricongiungere tutte le ossa; applicava quindi "s'impiastru" sopra la parte lesionata, a base di albume d'uovo montato a neve. Quando si solidificava, la parte veniva avvolta dalle bende e doveva stare così per un certo numero di giorni, secondo quanto diceva la donna. Addirittura  i pochi ortopedici che si trovavano a Cagliari, mandavano dalla donna tanti pazienti, perchè si fidavano del suo operato. 

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